Un viaggio per conoscere le gemme preziose… l’Avorio

L’Avorio

I materiali di origine organica, ricavati esclusivamente dai denti di difesa dei mammiferi viventi o fossili, vanno classificati come avorio, nome che deriva dal latino eboreus.

L’avorio tipico è quello ricavato dalle zanne di elefante e di Mammouth (Elephas primigenius). Trova alquanto ostilità la definizione “avorio fossile”, riferita all’avorio proveniente dalle zanne di Mammouth. A questo proposito si sostiene che gli oggetti, ricavati dal suddetto avorio, sono stati realizzati quando quest’ultimo era ancora “fresco” e scolpibile e non dopo, quando si è fossilizzato e cioè quando è diventato fragile per avere perso, nel tempo, le sostanze organiche proteiche che, con la loro funzione legante, lo rendevano tenace ed elastico. La maggior parte dell’avorio in commerco viene fornito dal gigantesco elefante africano (Elephas africanus) le cui zanne possono pesare da 7 a 32 kg ed eccezionalmente anche 90 kg. La migliore qualità dell’avorio, che presenta colorazione biancastra molto gradevole, proviene dal Camerun, dall’Angola, dal Gabon, dal Ghana e dalla Sierra Leone. L’elefante indiano (Elephas maximus) è dotato di zanne relativamente piccole, il cui avorio è piuttosto tenero e ingiallisce con maggiore facilità. L’avorio proveniente dalla Thailandia, come durezza, si interpone tra quello africano e quello indiano.

Secondo la Convenzione Internazionale di Washington del 1973, che tutela le specie animali in via d’estinzione, chi commeria avorio ricavato da animali uccisi commette reato. Tale norma è alquanto restrittiva in quanto pone sullo stesso piano l’avorio ricavato dal massacro indiscriminato di elefanti e quello di provenienza legale, ricavato da animali morti di vecchiaia, da merce sequestrata ai bracconieri e dallo sfoltimento. A proposito di quest’ultima operazione, è opportuno ricordare che ogni elefante ha bisogno per la sua alimentazione di una tonnellata di vegetali al giorno e se i branchi di questi animali continuassero a prosperare e a riprodursi, il territorio che li ospita si ridurrebbe ad una distesa polverosa priva di vegetazione e priva quindi di elefanti. Ora è da chiedersi perchè si commette un reato allorquando si commercalizza tale avorio, che comunque rimarrebbe inutilizzato.

L’avorio richiede cure e attenzioni particolari per la sua conservazione. L’ambiente in cui esso viene riposto deve essere correttamente umido per evitare che si formino crepe e spaccature superficiali. Quando lo si conserva in ambienti chiusi, per evitare l’alterazione del suo colore, deve essere avvolto in carta velina o in un panno bianco. Per una buona conservazione dell’avorio lavorato in un unico pezzo è necessario pulirlo di tanto in tanto con una pezzuola imbevuta di acqua e ammoniaca e ben strizzata; se l’oggetto presenta fitto intaglio, l’operazione di pulizia dovrà essere effettuata con un pennello duro utilizzando semrpe acqua e ammoniaca. Con il tempo l’avorio tende ad ingiallire; per schiarirlo è sufficiente immergerlo in acqua ossigenata a 24 volumi, avendo l’accortezza di asciugarlo bene dopo l’operazione.

L’impiego artistico dell’avorio elefantino risale al Paleolitico medio-superiore, durante il quale apparvero ornamenti perforati in avorio. Nell’antico Egitto, nel III millennio a.C., questo materiale veniva utilizzato per produrre raffinate impugnature di coltelli in selce, per anelli sigillari e scarabei incisi. Nella Roma imperiale l’avorio veniva impiegato per fabbricare aghi crinali, manici di coltelli e di rasoi, cofanetti.

L’avorio è costituito essenzialmente da fosfato di calcio sotto forma di apatite (ossiapatite, fluoroapatite, cloroapatite) con minime percentuali di carbonato di calcio e legante organico-proteico. Di colore bianco crema tendente al giallo con l’invecchiamento, l’avorio, anche se tenero, è tenace ed elastico. Quando vieni esposto ad elevate temperature, le sostanze
organiche del legante bruciano carbonizzandosi mentre la parte minerale si riduce in ossidi bianchi friabili e polverulenti. Negli ambienti secchi l’avorio si screpola per disidratazione. E’ attaccabile dall’acido fosforico, nitrico e solforico.

L’avorio elefantino, nelle sezioni trasversali all’allungamento delle zanne, è caratterizzato da una tipica struttura ad archi di cerchio che s’intersecano regolarmente creando una fitta rete di strie paraboliche chiare e scure dette Linee di Retzius. Anche l’avorio dell’ippopotamo presenta una struttura analoga, ma con strie decisamente più corte.

Altri tipi di avorio si ricavano dai denti incisivi e canini dell’ippopotamo, dalle zanne del tricheco, dai denti dei cetacei narvalo e capodoglio, dai canini del babirussa e del faccero, ambedue cinghiali, il primo asiatico e il secondo africano.

Le imitazioni più comuni dell’avorio sono prodotti ottenuti dall’impasto di polveri di avorio con materie plastiche. Spesso per imitare l’avorio vengono utilizzate le ossa di bue. E’ alquanto facile distinguere l’avorio elefantino da queste.

Osservato al microscopio, l’osso di bue presenta una serie di canalicoli a contorno irregolare sfrangiato, noti come Canali di Havers, interrotti, a tratti, da lamelle o trabecole traverse o longitudinali.

Un’altra imitazione è costituita dall’avorio vegetale ricavato dai semi dei frutti gigantesci di una palma dell’America Centro-meridionale denominata Phyletephas Macrocarpa. L’avorio vegetale si riconosce osservandolo al microscopio, ove appara la sua struttura a fitte e corte striature rettilinee e parallele.

(il libro delle gemme)